L'irezumi (入れ墨) è l'antica arte del tatuaggio tradizionale giapponese, caratterizzata da grandi composizioni che ricoprono ampie aree del corpo, come schiena, braccia, petto e gambe.

Storia dei tatuaggi. Origine, significati e rinascita dei simboli incisi sulla pelle dell’umanità

Da Ötzi al Pacifico, un approfondimento sulle origini culturali del tatuaggio, le sue funzioni simboliche e le riscoperte globali dopo secoli di repressione.

di Juliet in Zena

Prima ancora di imparare a scrivere, l’essere umano già incideva sulla propria pelle simboli, linee e segni. Sono i tatuaggi, una delle più antiche forme di espressione umana, testimonianza di culture, credenze e identità. Cosa ha spinto l’umanità a decorare il proprio corpo e come si sono evoluti i tatuaggi nel corso della storia? In questo articolo troverai i punti salienti e il loro significato antropologico e culturale.

Le origini del tatuaggio: arte primordiale

Nel 1991, tra i ghiacci delle Alpi Ötztal (le Alpi Venoste che separano l’Italia dall’Austria), fu scoperto il corpo mummificato di un uomo vissuto oltre 5.000 anni fa. Gli fu dato il nome di Ötzi. Sul suo corpo vennero individuate 61 decorazioni cutanee composte da linee parallele e croci, localizzate in punti corrispondenti a zone di dolore articolare. Si ipotizzò che l’incisione di questi segni avesse la funzione terapeutica di alleviare i dolori cronici, con un effetto simile a quello dell’agopuntura.

Oggi, quelle decorazioni hanno un nome universalmente riconosciuto, introdotto in Europa nel XVIII secolo dai marinai di James Cook di ritorno dai viaggi nel Pacifico: li chiamiamo tatuaggi, utilizzando un termine derivato dal tahitiano tatau, “marcare” o “colpire”.

La presenza di tatuaggi in culture geograficamente così distanti suggerisce che questa pratica sia emersa indipendentemente in diverse società, rispondendo a bisogni comuni di identità, spiritualità, status sociale e protezione. Dall’Asia alle Americhe, dall’Africa all’Europa, il tatuaggio ha assunto forme e significati diversi, ma sempre profondamente radicati nella cultura di appartenenza.

Locandina del film Ötzi - L'ultimo cacciatore (2017), che ritrae il protagonista Kelab in un paesaggio alpino innevato, armato di arco e pronto per la caccia.

CONSIGLIO il film ambientato oltre 5.000 anni fa tra le Alpi, “Ötzi – L’ultimo cacciatore” racconta la storia di Kelab, leader di un piccolo clan neolitico. Dopo aver trovato la sua famiglia e il villaggio distrutti da un attacco, Kelab intraprende un viaggio attraverso le montagne per vendicarsi e recuperare un oggetto sacro rubato. Il film offre una narrazione ipotetica degli ultimi giorni dell’Uomo del Similaun, basata su scoperte archeologiche.

Funzioni e significati del tatuaggio

In molte culture, il tatuaggio segnava il passaggio dall’infanzia all’età adulta, l’appartenenza a un clan o il raggiungimento di uno status sociale elevato. Ad esempio, nelle società polinesiane, indicava il rango e le imprese di un individuo.

I tatuaggi erano però spesso considerati anche amuleti protettivi. In Thailandia, i sak yant sono tatuaggi sacri realizzati da monaci buddhisti, contenenti preghiere e simboli per proteggere chi li indossa.

Come nel caso di Ötzi, in alcune culture i tatuaggi avevano inoltre scopi terapeutici. Le linee incise sulla pelle potevano stimolare punti specifici per alleviare dolori o curare malattie.

Tecniche tradizionali di realizzazione

Le tecniche per la realizzazione di un tatuaggio variano notevolmente tra le culture. Quella più diffusa a livello globale è oggi conosciuta con il nome hand-poke, una tecnica manuale che prevede l’inserimento dell’inchiostro punto per punto senza l’uso di macchinari. Ma ogni area ha sviluppato strumenti specifici.

In Giappone, ad esempio, si utilizzano aghi montati su bastoncini per inserire l’inchiostro manualmente (手彫り tebori, “incisione a mano”).

Mentre nei tatau della Polinesia lo strumento è a pettine e viene immerso nell’inchiostro e battuto sulla pelle con un bastone.

Tutte queste tecniche richiedono abilità e conoscenze specifiche, spesso tramandate di generazione in generazione.

Copertina della rivista Vogue con Whang-od Oggay, famosa mambabatok della tribù Kalinga.
© Vogue

Whang-od Oggay (classe 1917), famosa mambabatok della tribù Kalinga, immortalata da Vogue. Nelle Filippine, la pratica del batok utilizza strumenti tradizionali come il gisi, un bastoncino di bambù con una spina appuntita all’estremità, e il pat-ik, un bastone utilizzato per battere. L’inchiostro, spesso a base di carbone, viene inserito nella pelle attraverso colpi ritmici, creando disegni che simboleggiano coraggio, status sociale e bellezza.

I tatuaggi nell'area del Pacifico

Dalla Polinesia di 3000 anni fa, all’Asia e fino alle terre native americane, i tatuaggi hanno sviluppato forme e significati culturali variegati, nell’estesa area del Pacifico.

SUD-EST ASIATICO: Thailandia, Filippine e altri paesi

Nelle Filippine, il batok era il tatuaggio praticato da quasi tutte le etnie precoloniali. Per alcuni indicava status e coraggio, per altri era una forma di abbigliamento spirituale con funzione decorativa e di protezione. In Thailandia, Cambogia e Laos, i sak yant erano sacri e incisi da monaci.  Nel Myanmar coprivano le cosce come rito di passaggio e simbolo di virilità. Nel Borneo segnavano le tappe della vita e le connessioni spirituali.

Wilma Gaspili, conosciuta come Ate Wamz, è una tatuatrice tradizionale (mambabatok), appartenente ai popoli indigeni Kankanaey e Kalanguya della regione di Benguet, nella Cordillera filippina. Dal 2018 è impegnata nella tutela del patrimonio culturale indigeno e ha scelto il tatuaggio tradizionale (batek) come strumento per preservare e trasmettere le conoscenze ancestrali della sua comunità. I suoi tatuaggi vengono realizzati secondo il metodo tradizionale del hand-tapping: una spina fissata a un bastoncino viene utilizzata per far penetrare lentamente il pigmento nella pelle attraverso piccoli colpi ritmici. Il suo obiettivo è promuovere la consapevolezza culturale e incoraggiare le persone, soprattutto quelle appartenenti alla diaspora filippina, a riscoprire il legame con le proprie radici.

ASIA ORIENTALE: Cina, Corea e Giappone

In Cina, i tatuaggi erano un simbolo di identità e bellezza diffuso tra le minoranze etniche, ma furono anche utilizzati come punizione durante la dinastia Zhou. Nella Corea premoderna erano talvolta associati a pratiche di protezione e credenze sciamaniche, mentre in epoca Joseon il tatuaggio fu anche impiegato come forma di punizione. In Giappone, il tatuaggio tradizionale irezumi fiorì durante il periodo Edo e, in epoca moderna, si legò progressivamente alla yakuza, contribuendo alla sua associazione con la criminalità organizzata e allo stigma sociale ancora presente nel Paese. Nello stesso arcipelago, però, le donne Ainu si tatuavano per protezione spirituale, mentre le donne delle Ryūkyū incidevano sulle mani i segni delle diverse tappe della vita.

Uomo giapponese tatuato - Foto d'epoca - Museum für Kunst und Gewerbe Hamburg
© Museum für Kunst und Gewerbe Hamburg

L’irezumi (入れ墨) è una forma di espressione in cui il corpo diventa una tela narrativa. Realizzato storicamente attraverso la tecnica manuale del tebori, l’irezumi si distingue per le sue grandi composizioni ricche di simboli e significati. Draghi, carpe koi, tigri, fiori di ciliegio, peonie e figure del folklore giapponese raccontano storie legate alla forza, alla trasformazione, al coraggio e alla connessione con la natura. Diffusosi soprattutto durante il periodo Edo, l’irezumi divenne una forma d’arte complessa e altamente codificata. Ancora oggi l’horimono è considerato una delle espressioni più raffinate della cultura visiva giapponese.

GLOSSARIO GIAPPONESE

  • Irezumi (入れ墨): termine generale che indica il tatuaggio, in particolare il tatuaggio tradizionale giapponese. Letteralmente significa “inserire l’inchiostro”.
  • Horimono (彫り物): letteralmente “cosa scolpita/incisa”, indica più specificamente il tatuaggio tradizionale giapponese come forma d’arte, spesso realizzato con grandi composizioni decorative e figurative.

I termini possono essere usati in modo sovrapposto, ma non sono sinonimi e horimono ha una connotazione più specifica e artistica, mentre irezumi è più generale e può avere anche una connotazione storica o sociale. In ambito tradizionale, si incontrano inoltre termini come wabori (和彫り, “tatuaggio in stile giapponese”).

POLINESIA: Nuova Zelanda, Marchesi e altre isole

In Polinesia il tatuaggio ha origini molto antiche ed era diffuso in numerose società insulari, dove assumeva significati sociali, identitari e spirituali, spesso associati al mana.

A Tahiti è chiamato tatau, da cui deriva la parola inglese tattoo. La forma tahitiana fu registrata dagli europei durante il primo viaggio di James Cook nel 1769 e, attraverso l’inglese, entrò successivamente in numerose lingue europee. Il termine presenta tuttavia forme affini in altre lingue polinesiane, a conferma dell’antica diffusione della pratica e della terminologia a essa associata nell’area.

Il tatau di Samoa mantiene ancora oggi un importante valore sociale e culturale. Alle Hawaii il kākau è legato all’identità, alla genealogia e alla dimensione spirituale. La tradizione dei Māori di Aotearoa (Nuova Zelanda), in particolare il tā moko, ha avuto un ruolo significativo nella crescente notorietà internazionale del tatuaggio polinesiano.

Le Isole Marchesi rappresentano, infine, uno dei contesti in cui la tradizione del tatuaggio è stata maggiormente documentata. Qui il patutiki, il tatuaggio tradizionale, poteva estendersi su gran parte del corpo ed era associato all’identità personale e collettiva, allo status, all’appartenenza e alle relazioni genealogiche.

Tatuaggi polinesiani: le caratteristiche dei diversi stili: māori, isole Marchesi, Samoa e Tahiti.
© polynesiantattoosymbols.com

Sebbene condividano simboli, significati e radici culturali comuni, i tatuaggi polinesiani si distinguono per caratteristiche stilistiche ben riconoscibili. Lo stile māori è ricco di spirali, linee curve e spazi lasciati volutamente vuoti; quello marchesano privilegia motivi geometrici, grandi campiture nere e un forte contrasto visivo. Lo stile samoano si basa su schemi rettilinei, ripetitivi e altamente simmetrici, mentre quello tahitiano, più moderno, combina elementi tradizionali con forme naturalistiche e figurative. Infine, lo stile hawaiano è caratterizzato da motivi geometrici ripetuti, recuperati attraverso un importante movimento di rinascita delle pratiche tradizionali. Anche i tatuaggi di Fiji e Tonga, oggi al centro di una riscoperta culturale, presentano affinità con lo stile samoano, ma si distinguono per la frequente presenza di motivi floreali.

Patutiki è un prezioso documentario dedicato al percorso di riscoperta e rinascita del tatuaggio tradizionale delle Isole Marchesi.
Nel corso dei secoli, questa pratica ha sviluppato un vocabolario simbolico unico, ma il tatuaggio fu vietato dai colonizzatori, mettendone a rischio la trasmissione.
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Patutiki – The Guardians of Marquesan Tattoo di Christophe Cordier e Heretu Tetahiotupa è un prezioso documentario dedicato al percorso di riscoperta e rinascita del tatuaggio tradizionale delle Isole Marchesi.
Nel corso dei secoli, questa pratica ha sviluppato un vocabolario simbolico unico, ma il tatuaggio fu vietato dai colonizzatori, mettendone a rischio la trasmissione. Il film racconta come oggi questa antica arte venga riscoperta, preservata e tramandata alle nuove generazioni.

AMERICHE: popoli indigeni del Nord e del Sud America

I tatuaggi erano diffusi tra molte popolazioni indigene delle Americhe. Nel Nord America, tribù come i Sioux e gli Haida li utilizzavano per indicare status, coraggio e connessioni spirituali. In Sud America, erano comuni tra le popolazioni amazzoniche (simboleggiando appartenenza tribale e protezione), ma anche nell’area delle Ande in Perù, dove sono state rinvenute mummie tatuate, documentando l’antichità e la diffusione di questa pratica anche tra le civiltà precolombiane. Gli stessi Maya della Mesoamerica erano noti per le loro pratiche tatuatorie.

Nella bassa valle del fiume Nasca è stata rinvenuta una delle mummie tatuate più note del Perù. L’individuo, vissuto circa 750 anni fa nell’area culturale Ica-Chincha, presenta tatuaggi sulle mani, sulle braccia e sulle spalle. Analisi fotografiche all’infrarosso hanno rivelato motivi geometrici, piccoli simboli a stella, file di uccelli e figure animali, probabilmente volpi. Alcuni di questi soggetti ricorrono in altre tradizioni artistiche della costa andina.
Il tatuaggio era praticato in diverse comunità precolombiane della costa peruviana. Resti appartenenti, tra gli altri, alle culture Chiribaya e Chancay mostrano figure di uccelli, rettili, scimmie e motivi geometrici, applicati soprattutto su mani, braccia e gambe. I pigmenti potevano variare e comprendevano anche sostanze carboniose.

ARTICO: i tatuaggi Inuit

Tra gli Inuit, sono noti come kakiniit (sul corpo) e tunniit (sul viso) ed erano tradizionalmente praticati principalmente dalle donne. Incisi con l’ausilio di aghi d’osso, grazie ai quali si faceva passare attraverso la pelle un filo coperto di fuliggine, questi tatuaggi simboleggiavano tappe della vita, abilità e connessioni spirituali. Alcuni studi suggeriscono che avessero anche scopi terapeutici, simili all’agopuntura.

La repressione del tatuaggio

Con l’espansione delle religioni monoteiste, il tatuaggio subì però una forte repressione e venne vietato, poiché costituiva una violazione del corpo sacro (nell’islam e nell’ebraismo) e un retaggio di pratiche pagane (nel cristianesimo).

Il periodo coloniale, diede il colpo di grazia. I coloni si muovevano spinti da valori religiosi mescolati alla necessità espansionistica di cancellazione culturale. Motivo per cui le autorità coloniali, definendo i tatuaggi come simboli di barbarie, ne approfittarono per spazzar via molte pratiche tradizionali delle culture indigene.

Va da sé, che anche i paesi che nei secoli successivi decisero di modernizzarsi secondo gli standard occidentali, come ad esempio il Giappone, assimilarono l’idea che reprimere la varietà culturale interna ai propri confini ed eliminare queste pratiche considerate primitive, li facesse risultare più sofisticati agli occhi del mondo esterno.

Illustrazione di Bisaya tatuati, "Pintados", tratta dal Codice Boxer (1590 circa).

Coppia di Bisaya tatuati (Pintados, in spagnolo). L’illustrazione è tratta dal Codice Boxer (1590 circa), che documenta le terre e i popoli incontrati dagli spagnoli durante le esplorazioni nel Sud-Est Asiatico e nel Pacifico. Vi sono catalogati usi, costumi e risorse delle popolazioni locali, con illustrazioni dettagliate che miravano a rafforzare l’immagine di “primitivismo” rispetto agli standard europei dell’epoca. Un mezzo di osservazione e controllo delle terre conquistate, nato per pianificare e facilitare i processi di colonizzazione e conversione religiosa.

Rinascita e modernità

La repressione però, seppur durissima, dovette ad un certo punto fare i conti con quella stessa necessità che aveva spinto l’umanità fin dalla sua origine: il bisogno di raccontare la propria storia sulla pelle. Così, la diffusione del tatuaggio iniziò a prendere nuova forma nel secondo dopoguerra imponendosi come moda globale.

 

Simbolo di appartenenza nel dopoguerra

Tra il 1950 e il 1970 i tatuaggi erano ormai appannaggio solo di marinai, motociclisti e alcuni gruppi marginalizzati. Iniziarono però a spuntare personaggi come Sailor Jerry, che aprì uno dei primi studi a Honolulu, contribuendo a codificare lo stile Old School.

 

Espressione di ribellione e identità personale

La consacrazione arrivò tra il 1970 e il 1990, quando la cultura punk e quella hippie adottarono il tatuaggio come forma di ribellione e, da simbolo di appartenenza, lo fecero diventare espressione di identità personale.

 

Mode, tendenze e riscoperte

È tra il 1990 e il 2010 che però la situazione esplose e il tatuaggio divenne la tendenza del nuovo millennio. Con regolamentazioni igieniche chiare e rischi di infezione ridotti, celebrità, artisti e atleti iniziarono a sfoggiarne sempre di più, rendendolo un accessorio alla moda, accettato anche nei contesti lavorativi e sociali più elevati. L’arte del tatuaggio, a questo punto, era stata normalizzata e globalizzata. L’aumento dei viaggi e la condivisione culturale, uniti all’utilizzo quotidiano dei social, fecero il resto.

Tanto che negli ultimi decenni, c’è stato un rinnovato interesse anche per i tatuaggi tradizionali. Con le comunità indigene che stanno riscoprendo e rivitalizzando le proprie pratiche ancestrali.

Conclusione

I tatuaggi sono l’espressione profonda di cultura, identità e spiritualità. Attraverso le epoche e le popolazioni sparse nel mondo, hanno raccontato storie, segnato traguardi e protetto chi lo portava. Oggi, riscoprire e rispettare queste tradizioni significa onorare la ricchezza e la diversità dell’esperienza umana.

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