Marco Polo e l’eredità dell’Impero Mongolo

by Jessica | Juliet in Zena
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Marco Polo e l'Impero Mongolo ~

“E àe fatto fare in questa città un palagio di marmo e d’altre ricche pietre; le sale e le camere sono tutte dorate e è molto bellissimo marivigliosamente. E atorno a questo palagio è un muro ch’è grande XV miglia, e quivi àe fiumi e fontane e prati assai. E quivi tiene lo Grande Kane di molte fatte bestie [...]”

Con queste parole Marco Polo descrive Giandu (Xanadu o Shàngdū), la grande capitale estiva di Kublai Khan fondatore della dinastia Yuan (1271) a capo del più vasto impero non coloniale della storia, quello mongolo.

Siamo attorno al 1275 quando il mercante veneziano giunge alla corte del Grande Cane (Kublai Khan) e rimane abbagliato. Enormi edifici stagionali smontabili in stile mongolo, maestosi palazzi in stile cinese, colonne di marmo, animali esotici, centinaia di templi di culti diversi nonostante i mongoli praticassero solo lo sciamanesimo.

200 mila abitanti vivevano a Shàngdū nel XIII secolo, il doppio di quelli presenti a Venezia (mentre Londra ne contava 80.000 nello stesso periodo).

Zero ne vivono oggi, tra i ruderi e le montagnole perimetrali visibili dal satellite. Perché venne abbandonata dopo che i Ming la bruciarono nella seconda metà del 1400.

Marco Polo Giandu
La descrizione di Giandu tratta da IL MILIONE

Khanbaliq, l'origine mongola di Pechino

Comunque se Shàngdū sembrava già enorme, la dieci volte più grande Dadu (la Grande Città) doveva essere straordinaria.

Sede della dinastia Yuan e capitale dell’impero mongolo, voluta da Kublai che le diede il nome di Khanbaliq (la Città dei Khan, riportata da Marco Polo come Canblau o Cambaluc). Continuò a prosperare e ad ampliarsi secolo dopo secolo, diventando quello che oggi è il cuore di Pechino, la “città vecchia”.

Kublai Khan, l'imperatore nipote di Gengis Khan

Kublai Khan aveva ereditato (per semplificare le lotte interne per la successione) l’impero mongolo dal nonno, il condottiero voluto dagli dèi Gengis Khan che a partire dal 1206 aveva unificato le tribù delle steppe asiatiche mongole e tatare, con un cocktail di diplomazia, temibile spietatezza e grande sincretismo religioso (dovuto più a superstizioni che a tolleranza reale).

Kublai Khan, imperatore dell'impero mongolo
Kublai Khan

Impero Mongolo: dal Giappone alla Polonia

“[...] i suoi soldati a un’estremità dovevano combattere i cavalieri teutonici, all'altra si trovavano ad affrontare guerrieri samurai, e nessuno dei due nemici aveva idea dell'esistenza dell'altro."

L’impero era così vasto che da un lato si bagnava nelle acque del Mar Cinese, davanti al Giappone che non riuscì mai a conquistare, e dall’altra in quelle del Caspio con spedizioni in Polonia e nei Balcani, arrivando anche alle porte del Friuli.

Era un’enormità.

Suddiviso in 4 territori amministrativi (i Khanati) istituiti con la duplice vana speranza di accontentare i discendenti di Gengis e di avere maggior controllo sulle aree periferiche.

L'eredità dell'Impero Mongolo

Nonostante le accortezze amministrative e le milioni di vite cadute durante le conquiste, l’impero in realtà non durò troppo a lungo e finì sbriciolato dalle diatribe interne lasciando comunque una ricchissima eredità.

Non parlo di manufatti o arte particolarmente pregiata conservata nei musei (che comunque esiste), ma di qualcosa di molto più importante.

Un prezioso collegamento tra un quinto dei paesi del mondo che ha contribuito a scambi commerciali e culturali velocizzando la crescita reciproca come mai prima di allora. In alcuni casi determinando una vera e propria virata storica.

Mappa Impero Mongolo 1279

Gli spaghetti che fanno parte della cultura culinaria italiana arrivarono probabilmente proprio dalla Cina insieme ai racconti di Marco Polo, ad esempio.

Le “spedizioni di scoperta” senza le armi prodotte con la polvere da sparo cinese, non avrebbero forse avuto lo stesso esito in termini di colonialismo. E la peste e altre malattie non si sarebbero probabilmente diffuse così tanto.

Le coloratissime e lucenti perline veneziane in vetro, arrivate attraverso le rotte carovaniere, andarono a impreziosire gli abiti tradizionali di diverse regioni dell’Asia raggiungendo, attraverso Pechino e lo Stretto di Bering, anche le popolazioni Inuit del Nord America.

E Can Francesco della Scala? Il signore di Verona vicario imperiale all’inizio del 1300, senza la narrazione delle gesta del grande Kublai Khan chiamato da Marco Polo il Grande Cane, non sarebbe probabilmente passato alla storia con il nome di Cangrande.

Donna Bidayuh
Donna Bidayuh che realizza con le perline un copricapo tradizionale

Curiosità

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È il titolo onorifico nobiliare utilizzato in area turca e mongola con il significato di “grande principe”, “signore” “sovrano”.

Tatari (storpiato in Tartari), erano un gruppo etnico militarmente molto forte di origine turchica che abitava nelle steppe dell’Asia Centrale e che condivideva con i mongoli culti e alcune tradizioni.

Oggi il termine è utilizzato per indicare diversi gruppi nomadi di origine turchica presenti in territori asiatici, russi e dell’Est Europa.

Secondo studi genetici recenti, i numerosi incontri amorosi per il quale era famoso Gengis Khan, avrebbero dato i propri frutti! Si stima infatti che circa l’8% dei maschi asiatici siano oggi suoi discendenti.

Le perle di vetro fanno parte della storia dell’uomo ed erano già in uso nell’antico Egitto. Si diffusero in Italia grazie all’imperatore Costantino I che, riconoscendo l’importanza del lavoro dei vetrai, li esentò dal pagamento delle tasse.

Ad Aquileia prima e a Venezia poi, la produzione del vetro prosperò nelle città collegate con l’Oriente.

Quando nel 1291 un decreto della Serenissima spostò le fornaci da Venezia a Murano, per scongiurare incendi, i produttori di perle di vetro vennero esentati e restarono all’interno della città.

Per questo le perle di vetro non sono in vetro di Murano e vengono conosciute con il nome di perle veneziane.

Spesso usate come preziosa moneta di scambio sono state esportate nei secoli in tutto il mondo: dall’Asia all’Africa e alle Americhe, entrando in costumi tradizionali, gioielli e prodotti di uso comune di mezzo mondo.

Ecco perché da dicembre 2020 l’arte delle perle di vetro veneziane è Patrimonio Immateriale dell’Unesco.

IL MILIONE di Marco Polo rimane un punto di riferimento per avvicinarsi alla cultura mongola ma non solo, visto che durante il viaggio vengono toccate altre località al di fuori dell’impero. Consiglio l’edizione della Rusconi con traduzione attenta al testo originale e note esplicative semplici e chiare.

Inoltre il documentario della National Geographic CINA: MERAVIGLIE ANTICHE DALL’ALTO mostra (al secondo episodio) una bella ricostruzione della capitale estiva Xanadu.

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JESSICA | JULIET IN ZENA
Dall'Asia al Pacifico (con sconfinamenti), racconto e illustro culture e angoli di mondo tra pensieri scompigliati, progetti e litri di tè + curo la collezione del WASHI-NINGYŌ PROJECT