Il mare è senza ombra di dubbio uno spazio biologico ed economico, ma nel Sud-est asiatico è anche via di scambio e luogo di memoria in cui dimorano divinità. In un arco che comprende Filippine, Indonesia, Malesia e coste peninsulari, le comunità hanno sviluppato pratiche legate all’acqua in cui la donna occupa un ruolo centrale. A differenza delle ama e delle haenyeo, le pescatrici subacquee di Giappone e Corea, nel Sud-est asiatico le donne intervengono soprattutto nella raccolta intertidale, nella trasformazione del pescato e nella gestione delle risorse. Scopriamo il loro ruolo essenziale attraverso queste attività, ma anche per mezzo di figure mitiche e spiriti dell’acqua.
Sud-est asiatico: acqua ed economia costiera
Il Sud-est asiatico marittimo costituisce un vasto e vario ambiente antropologico. Dall’arcipelago filippino alle coste del Borneo, da Sulawesi a Giava, fino alla penisola dell’Indocina, il mare è anche via commerciale e matrice cosmologica.
A differenza dell’Asia nordorientale, dove esistono tradizioni strutturate di immersione femminile professionale, nel Sud-est asiatico il protagonismo delle donne nel mondo marino si configura in forme meno celebri ma altrettanto centrali. Non troviamo corporazioni di tuffatrici in apnea paragonabili alle ama giapponesi o alle haenyeo coreane, ma emergono sistemi complessi di competenze costiere e saperi ecologici locali che regolano il rapporto con l’acqua.
Il femminile qui si colloca nella mediazione tra terra e mare, nella gestione delle risorse e nella custodia simbolica delle acque.
La zona intertidale come spazio di lavoro e conoscenza femminile
In molte società costiere del Sud-est asiatico, specialmente in contesti austronesiani, la fascia intertidale rappresenta uno spazio fondamentale di sussistenza. Le caratteristiche ecologiche delle barriere coralline tropicali e delle lagune basse hanno infatti storicamente favorito forme di raccolta accessibili come quella di molluschi, crostacei, echinodermi e alghe. Questa pratica storicamente documentata e diffusa in molte aree cinesi, la si trova anche in Indonesia orientale, nelle Filippine, in Malesia e nel Borneo marittimo, come attività spesso svolta da donne e bambini.
Studi etnografici hanno evidenziato come la conoscenza dei cicli lunari, delle maree, delle stagionalità e delle micro-ecologie costiere sia frequentemente detenuta e trasmessa da donne all’interno dell’unità domestica. Il sapere sulle specie commestibili, sui periodi di riproduzione e sulle tecniche di raccolta sostenibile rientra in ciò che l’antropologia ambientale definisce Local Ecological Knowledge (LEK).
Pertanto le donne costiere svolgono sia funzioni operative (raccolta, trasformazione del pescato), sia di custodia e trasmissione di sistemi cognitivi complessi, fondamentali per la resilienza ambientale e la continuità culturale delle comunità marittime.
LEK è l’acronimo di Local Ecological Knowledge, tradotto in italiano come “conoscenza ecologica locale”. In ambito antropologico, etnobiologico ed ecologico, il termine indica l’insieme di saperi, pratiche, classificazioni e competenze sviluppati da una comunità attraverso un’interazione prolungata con il proprio ambiente. Non si tratta di conoscenze imprecise o intuitive, ma di sistemi coerenti, trasmessi intergenerazionalmente e costantemente verificati nell’esperienza quotidiana.
Culture austronesiane e cosmologie dell’acqua
Il Sud-est asiatico è attraversato da culture di matrice austronesiana, caratterizzate da una lunga storia di navigazione e mobilità insulare. Per queste società il mare non è mai stato un ostacolo, ma una via che consentiva continuità.
Le cosmologie locali riflettono la medesima struttura marittima e l’acqua, salata o dolce, è spesso abitata da entità spirituali femminili che mediano tra comunità e ambiente.
Austronesiano, cosa significa
Il termine austronesiano indica la vasta famiglia linguistica austronesiana, una delle più estese al mondo, che comprende le lingue delle Filippine, dell’Indonesia e della Malesia, oltre a gran parte dell’Oceania (Micronesia e Polinesia) e al Madagascar.
Le popolazioni di lingua austronesiana sono il risultato di ondate migratorie iniziate probabilmente tra il IV e il III millennio a.C. dall’area di Taiwan e progressivamente diffuse nel Sud-est asiatico insulare e nel Pacifico. Questa matrice comune non implica uniformità culturale, ma fornisce un quadro comparativo utile per comprendere ricorrenze simboliche e strutturali.
Nel contesto del Sud-est asiatico, l’aggettivo austronesiano è quindi impiegato per distinguere le tradizioni delle società insulari (Filippine, Indonesia, parte della Malesia) da quelle dell’area continentale (Vietnam, Thailandia, Cambogia, Laos, Myanmar), che appartengono prevalentemente ad altre famiglie linguistiche (austroasiatica, tai-kadai, sino-tibetana).
Filippine: le cosmologie marine e il femminile nelle Visayas
Nell’arcipelago filippino, crocevia austronesiano segnato da secolari scambi con il mondo malese, sinico e iberico, il mare è spazio economico vitale e, insieme, orizzonte metafisico in cui convivono sincretismo e continuità.
Qui il femminile marino emerge con forza sul piano mitico e cosmologico, specialmente nelle Visayas, dove fonti europee seicentesche, come il Boxer Codex e le relazioni missionarie, attestano un sistema religioso strutturato in con il mare ad occupare un ruolo di primo piano.
Pratiche propiziatorie, tabù e osservanze legate alle maree e ai cicli lunari riflettono una percezione del mare come entità viva e sensibile al comportamento umano. La stratificazione cristiana introdotta con il colonialismo non ha mai cancellato la struttura profonda di queste tradizioni, ma riformulato nomi e iconografie.
Visayas è l’insieme di isole che forma la regione geografica e culturale dell’arcipelago filippino situata tra Luzon (a nord) e Mindanao (a sud). Abitata prevalentemente da popolazioni di lingua visayana (o bisaya), appartenenti al ceppo austronesiano, l’area riveste particolare importanza nelle fonti etnostoriche del XVI–XVII secolo per la documentazione di strutture politiche locali, sistemi religiosi precoloniali e pantheon marini, tra cui le figure di Kaptan e Magwayen.
Magwayen, la dea del mare nel pantheon precoloniale
Al vertice del pantheon visayano si collocano Kaptan (divinità del cielo e creatore) e Magwayen (dea del mare e psicopompa), colei che guida le anime verso l’aldilà. In alcune narrazioni, governa le acque profonde e presiede al destino post-mortem, accogliendo gli spiriti dei defunti in un reame sottomarino. Il mare, dunque, non è solo fonte di sussistenza, ma anche soglia escatologica: attraversarlo significa entrare in un altro stato dell’essere.
La relazione tra Kaptan e Magwayen struttura un dualismo cosmico cielo-mare che rispecchia l’orizzonte geografico dell’arcipelago: l’asse verticale unisce firmamento e abisso, mentre l’asse orizzontale è segnato dall’orizzonte marino che circonda ogni isola. In questo schema, la divinità femminile marina non è subordinata a quella maschile, ma co-costitutiva dell’ordine cosmico.
Dalla dea agli engkanto del mare: differenti livelli dell’immaginario acquatico filippino. La composizione mostra Magwayen, la divinità marina della cosmologia visayana (in alto) e tre esseri del folklore (in basso): dal più antico e autoctono (Kataw), alla creatura liminale (Siyokoy), fino alla Sirena, figura femminile formatasi attraverso l’incontro tra il substrato austronesiano e l’immaginario introdotto durante il periodo coloniale spagnolo.
Kataw, Siyokoy e Sirena: stratificazioni dell’immaginario acquatico filippino
Se la cosmologia precoloniale delle Visayas articola il mare come spazio abitato da sovranità divine, accanto alle grandi figure teogoniche si sviluppa un popolamento di entità acquatiche che riflettono, in forma narrativa, la percezione concreta dell’oceano come ambiente animato e moralmente reattivo. Sebbene questo articolo sia dedicato al rapporto tra femminile e mare, è utile considerare anche alcune figure prive di una marcata connotazione femminile. Nelle cosmologie tradizionali, infatti, il genere non costituisce sempre il principale criterio di classificazione: molte entità marine incarnano funzioni cosmologiche, morali o liminali indipendentemente dal sesso loro attribuito e conoscerle permette di comprendere meglio l’immaginario acquatico filippino. Procedendo quindi dalla figura più radicata nel substrato autoctono fino a quella maggiormente ibridata in età coloniale, emergono tre presenze emblematiche: il Kataw, il Siyokoy e la Sirena. Se il Kataw rappresenta la sovranità antropomorfa delle profondità e il Siyokoy l’alterità minacciosa e liminale, la Sirena introduce una dimensione esplicitamente femminile, estetica e relazionale: il mare non solo governa o divora, ma seduce, accoglie e dialoga.
Kataw: sovranità marina
Il Kataw è un essere antropomorfo marino di rango elevato, non indicato in modo univoco con un genere specifico ma capace di assumere sembianze umane.
In epoca moderna è spesso raffigurato prevalentemente al maschile e con il potere sulle tempeste e sulle correnti.
La sua funzione simbolica è politica e cosmologica: egli incarna la possibilità che il mare possieda una gerarchia aristocratica interna e una volontà sovrana.
Siyokoy: alterità pericolosa
Siyokoy è un’entità acquatica mostruosa e ostile priva di connotazione sessuale, descritta come umanoide con tratti animali (pelle a scaglie, arti palmati, branchie o zanne).
Abita fiumi e litorali, dove trascina gli uomini nelle profondità, incarnando il volto predatorio del mare e l’annegamento.
Anche se il suo nome potrebbe derivare dal cinese shui gui (“spirito d’acqua”), la funzione narrativa è pienamente indigena e collegata agli engkanto, spiriti visayani della natura, ambivalenti e territoriali.
Sirena: ibridazione culturale
Con l’arrivo degli spagnoli nel XVI secolo entra il termine “sirena” e viene adattato al contesto filippino. La figura diventa inequivocabilmente femminile: donna dalla vita in su e pesce dalla vita in giù, dotata di bellezza ammaliante e voce incantatrice.
Eppure la Sirena filippina non è un semplice trapianto iconografico, viene piuttosto assorbita nel sistema degli engkanto. Spirito acquatico, appartiene ai Bantay Tubig, i “guardiani delle acque” e può essere benevola o vendicativa, protettrice o seduttrice.
Indonesia: Nyai Roro Kidul e la sovranità femminile del Mare del Sud
Tra le figure più potenti e persistenti dell’immaginario marittimo del Sud-est asiatico insulare si colloca Nyai Roro Kidul, sovrana del Mare del Sud di Giava (Samudra Hindia). Nyai Roro Kidul è donna, ma la sua potenza non deriva da una funzione materna o domestica, piuttosto da una regalità autonoma e magnetica.
Il mare, nella sua forma più energica e imprevedibile, è qui personificato da una donna sovrana, seducente e terribile al tempo stesso. Nel panorama del Sud-est asiatico, si tratta di una delle più compiute espressioni di femminilizzazione del potere marino: non uno spirito o una creatura ibrida, ma regina dell’oceano, custode di un equilibrio che intreccia natura, politica e invisibile.
Il suo nome può infatti essere tradotto come “Signora (Nyai) del Sud (Kidul)”, con Roro che allude a una giovane donna di rango nobile.
Nyai Roro Kidul è una divinità rappresentata come una sovrana completamente antropomorfa. Avvolta in un elegante abito verde smeraldo/mare (colore che le appartiene e che è sconsigliato indossare per non adirarla), è ornata con gioielli e corona che ne enfatizzano lo status regale. Dotata di straordinaria bellezza, emerge maestosamente dalle onde dell’Oceano Indiano, circondata da acque profonde e da una vegetazione costiera tropicale.
Origine storica e legittimazione del potere
Le origini di Nyai Roro Kidul affondano nel substrato animista giavanese pre-islamico, ma la sua figura si consolida nelle cronache e nelle tradizioni di corte del sultanato di Mataram (XVI–XVII secolo), dove diviene parte integrante del mito fondativo.
Secondo una delle narrazioni più diffuse, la regina del Mare del Sud avrebbe stretto un legame mistico (una sorta di matrimonio spirituale) con il fondatore della dinastia di Mataram, Panembahan Senopati. Questo vincolo sanciva una legittimazione soprannaturale del potere: il sovrano terreno governava la terra, mentre Nyai Roro Kidul dominava l’oceano meridionale, in un equilibrio cosmico tra regno umano e regno invisibile.
In questa prospettiva, la dea non è solo entità naturale, ma garante dell’ordine politico. Il mare diventa spazio di sovranità parallela e complementare alla corte.
Culto e pratiche rituali: il Labuhan
Il culto di Nyai Roro Kidul è tuttora vivo, soprattutto lungo la costa meridionale di Giava, e uno dei rituali più noti è il Labuhan, cerimonia reale ancora praticata dalla corte di Yogyakarta, in cui oggetti simbolici appartenuti al sultano vengono offerti al mare.
Il gesto rinnova il patto cosmico tra la dinastia e la regina oceanica.
Il Sultanato di Yogyakarta, fondato nel 1755, non fu abolito quando nel 1945 divenne parte della Repubblica d’Indonesia. Il suo sostegno alla lotta anticoloniale fu tale, che gli venne attribuito uno status speciale. Ancora oggi Yogyakarta costituisce una Regione Speciale (Daerah Istimewa Yogyakarta), l’unica provincia indonesiana governata da un sultano ereditario, che ricopre automaticamente anche la carica di governatore. La corte continua a svolgere un importante ruolo culturale e cerimoniale, mantenendo vive tradizioni rituali di origine giavanese.
Simbolismo: liminalità, fertilità e potere
Nyai Roro Kidul concentra quindi in sé diversi livelli simbolici:
- Sovranità cosmica – Governa il Mare del Sud come dominio autonomo, complementare alla terra governata dal sultano.
- Legittimazione politica – Il legame mistico con i sovrani giavanesi integra la dimensione marittima nell’ideologia statale.
- Fertilità e prosperità – Come molte divinità marine, può concedere abbondanza o distruzione; il mare è fonte di ricchezza ma anche di catastrofe.
- Liminalità – Abita la soglia tra mondo umano e mondo invisibile; il litorale diventa spazio di passaggio e di rischio.
A differenza di figure come Mazu in Cina o Magwayen nelle Visayas, Nyai Roro Kidul non è primariamente protettrice dei pescatori né psicopompa: è piuttosto una regina ambivalente, che richiede rispetto e riconoscimento.
Adattamenti epici e immaginari acquatici: il caso di Suvannamaccha
Un altro esempio significativo del femminile legato all’acqua è Suvannamaccha, principessa marina presente nelle versioni sud-est asiatiche del Ramayana, come il Ramakien thailandese e il Reamker cambogiano.
Assente nella versione sanscrita classica, Suvannamaccha rappresenta una rielaborazione locale del grande ciclo epico indiano (inizialmente ostacola Hanuman nella costruzione del ponte verso Lanka, ma successivamente si allea con lui).
Dal punto di vista iconografico, ricorda la sirena europea, perché viene rappresentata come una donna con coda di pesce, tuttavia la sua funzione narrativa è diversa: non è seduttrice distruttiva, bensì figura di mediazione e trasformazione.
La sua presenza dimostra come l’elemento acquatico femminile venga integrato creativamente nelle tradizioni locali, adattando un testo di origine indiana a una sensibilità culturale in cui il mare è spazio vitale e identitario.
Acqua dolce, fertilità e ordine cosmico: la dea balinese Dewi Danu
Oltre all’oceano, anche laghi, fiumi e sorgenti occupano un ruolo centrale nella credenze locali. A Bali, figura chiave di questo sistema è Dewi Danu, dea del Lago Batur e delle acque dolci, venerata come custode dell’irrigazione e della fertilità. Quindi non propriamente una dea del mare, ma piuttosto una dea che governa l’intero ciclo dell’acqua. Il suo culto è infatti strettamente collegato al celebre sistema Subak, il sistema comunitario di irrigazione dichiarato Patrimonio UNESCO. In questo complesso sistema, l’acqua che scende dalle montagne sacre irriga le risaie prima di raggiungere il mare, creando un ciclo che unisce cosmologia, agricoltura e organizzazione sociale. Accanto a Dewi Danu, anche Dewi Sri, dea del riso e dell’abbondanza, partecipa simbolicamente a questo equilibrio, testimonianza di come nella tradizione balinese la fertilità della terra e la sacralità dell’acqua siano profondamente inseparabili.
A Bali il sistema Subak distribuisce l’acqua a migliaia di risaie senza essere controllato da un’autorità centrale. A capo di tutto si trova un’organizzazione comunitaria che coordina la gestione dell’acqua attraverso una rete di canali, terrazze e templi. Il Subak affonda le proprie radici nella filosofia balinese del Tri Hita Karana (“le tre cause del benessere”), secondo cui l’armonia nasce dall’equilibrio tra esseri umani, ambiente e divino.
Conclusione
Nel Sud-est asiatico, il femminile marino si manifesta come custodia e mediazione tra terra e oceano, tra risorsa materiale e spazio simbolico. Le donne partecipano alla gestione delle risorse, alla conservazione e distribuzione del pescato e alla trasmissione dei saperi ecologici locali. Allo stesso tempo, figure mitiche e divinità femminili regolano la relazione tra comunità e mare, incarnando potere, sovranità e soglia tra umano e naturale. In questa regione, il mare è negoziato, interpretato e rispettato, e il femminile occupa una posizione centrale nella tessitura di questa relazione complessa e stratificata.
