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Cacciatori di teste, dall’Amazzonia al Borneo

by Jessica | Juliet in Zena
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Cacciatori di teste ~

C’è stato un tempo in cui, armata di pennello e arnesi vari, ripulivo e inventariavo reperti in un museo antropologico-etnografico. Si trattava perlopiù di maschere, statue e oggetti rituali appartenenti a popolazioni dell’Africa, del Sud America e del Sud-Est asiatico

Ero giovane e quello che mi ritrovavo tra le mani era, in buon numero, una curiosa novità. Ogni giorno imparavo qualcosa

Mi chiedevo come si potesse dormire con la testa appoggiata a piedistalli di legno. Come venissero svuotate le zucche da utilizzare come borracce o come si giocasse al warri.

Tra oggetti vudù, visi scolpiti nell’ebano, archi, frecce e balletti di G., un giovane keniota nipote di un capo tribù Masai, gli aneddoti abbondano.

TSANTSA e cacciatori di teste dell'Amazzonia

Eppure, se penso a quel bel periodo, la prima cosa che mi viene in mente e che mi regala un sorriso sono gli occhi sgranati e basiti di Ceci. Il suo fermo ma attonito “Qué estáte faciendo?!” pronunciato in un mix di italiano e spagnolo, mi risuona ancora nelle orecchie. Povera Cé.

Davanti a lei, io e la mia collega stavamo improvvisando un simpatico teatrino con quelle che credevamo essere delle marionette. La testa gommosetta grande poco più di un pugno, enormi labbra sporgenti sotto a un naso schiacciato, occhi chiusi e fluenti capelli neri.

Al nostro sguardo, europeo e ingenuamente giovane, erano marionette un po’ strane ma carine.

Cacciatori di teste, tsantsa - Pitt Rivers
Crediti: Narayan k28, Pitt Rivers

Un po’ strane… perché quelle tsantsa (o cabezas reducidas) che stavamo ancora reggendo per la nuca, erano in realtà delle teste vere, mummificate dagli Shuar dell’Amazzonia per essere conservate come talismani. In un attimo il nostro gioco inconsapevole si era tinto di sfumature macabre e irrispettose, scatenando ilarità e imbarazzo.

BARUK, luogo sacro dei Bidayuh nel Borneo

Imparai molto reggendo quella piccola testa tra le mani e chiedendo scusa a colui che avevo offeso così profondamente.

Scoprii che conservare teste per preservarne lo spirito e tramandarle come simbolo di potere era usanza di diverse popolazioni, dall’Europa all’Oceania.

Nel Borneo, ad esempio, i Bidayuh erano soliti custodirle con rispetto e venerazione all’interno di un luogo sacro, il Baruk, così da poterne trarre energia e protezione.

Curiosità

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SHUAR è il nome collettivo usato per indicare alcune popolazioni amazzoniche dell’Ecuador e del Perù. La pratica di rimpicciolire le teste era nota a loro e ad alcune popolazioni indigene della Melanesia.

Nel XX secolo le tsantsa (come altri reperti contenenti resti umani) si sono trovate loro malgrado al centro dell’interesse dei collezionisti, favorendo un mercato non sempre legale e rispettoso.

Inoltre questa pratica ormai in disuso (come altre similari), è stata spesso guardata con superficialità dando adito a pensieri razzisti ben lontani dal comprendere le profonde motivazioni alla base del rituale.

Per questi motivi e in segno di rispetto, molto spesso i musei etnografici scelgono di non esporre reperti contenenti resti umani.

Lo stesso Pitt-Rivers Museum (il famoso museo etnografico di Oxford) nel 2020 ha ritirato dalle proprie esposizioni tutti i reperti contenenti resti umani. Tra cui teschi e la tsantsa mostrata in questa pagina.

Il BARUK tradizionale dei cacciatori di teste Bidayuh aveva molte funzioni:

    1. centro di aggregazione e discussione
    2.  luogo istituzionale e tribunale
    3. residenza per gli scapoli e pensione per i visitatori
    4. luogo sacro in cui svolgere riti e cerimonie.
    5. luogo di custodia delle teste, per far convergere potenti energie utili all’interazione tra umani e spiriti.

Nella regione malese del SARAWAK, nel Borneo, alcune moderne costruzioni istituzionali destinate all’aggregazione si ispirano all’architettura del baruk tradizionale con forma circolare e il tetto conico.

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