Il Borneo ospita una straordinaria varietà di comunità indigene, ciascuna con una propria lingua, una storia, tradizioni e forme di organizzazione sociale specifiche. Gli Iban rappresentano uno dei gruppi più numerosi e conosciuti, motivo per cui sono spesso un punto di riferimento. In questo approfondimento parlerò anche dei Bidayuh, una comunità con una storia, una lingua e tradizioni proprie, per mostrare come, dietro le etichette collettive, si nascondano diverse identità culturali. Nessun singolo gruppo, infatti, può rappresentare da solo la complessità dei popoli indigeni del Borneo.
Origine
Le popolazioni indigene del Borneo sono il risultato di una lunga storia di migrazioni e adattamenti iniziati già nella preistoria del Sud-est asiatico. Le ricerche archeologiche e linguistiche indicano che gli antenati degli attuali popoli del Borneo presero parte alle grandi migrazioni austronesiane che interessarono gran parte delle isole del Pacifico e del Sud-est asiatico.
Nel corso dei secoli, queste comunità si differenziarono progressivamente, dando origine a numerosi gruppi etnici con lingue e culture proprie. Le fitte foreste pluviali, i grandi fiumi e le montagne favorirono lo sviluppo di identità locali molto marcate, pur mantenendo intensi scambi commerciali e culturali tra le diverse popolazioni.
Per questo motivo, oggi il Borneo è considerato una delle aree di maggiore diversità culturale del Sud-est asiatico, con oltre cento gruppi indigeni riconosciuti secondo le diverse classificazioni antropologiche.
Lingua e dialetti
La ricchezza culturale del Borneo si riflette anche nella straordinaria varietà linguistica. Le lingue indigene appartengono prevalentemente al ramo malayo-polinesiano della famiglia austronesiana, ma si distinguono in numerosi sottogruppi spesso non mutuamente comprensibili.
Ad esempio, gli Iban parlano la lingua iban, una delle più diffuse del Sarawak, mentre i Bidayuh comprendono numerose comunità che parlano varietà linguistiche differenti, talvolta molto diverse tra loro.
Accanto alle lingue tradizionali sono oggi largamente utilizzati il malese, l’indonesiano e l’inglese, soprattutto nei centri urbani e nell’istruzione. Nonostante questo, molte comunità continuano a impegnarsi nella tutela e nella trasmissione delle proprie lingue d’origine.
Dayak del Sarawak e del Kalimantan
Faccio una premessa fondamentale per comprendere il quadro, perché parlando di Borneo vi capiterà spesso di sentire nominare i Dayak.
Dayak è il termine coloniale usato come denominazione collettiva per raggruppare i numerosi popoli indigeni del Borneo, soprattutto della regione indonesiana del Kalimantan e di quella malese del Sarawak. Quindi nei testi del passato, questo è il termine che troverete.
Nel corso del Novecento si è però progressivamente affermata la preferenza per gli etnonimi specifici (i nomi dei singoli gruppi), come Iban, Bidayuh, Kenyah, Kayan, Punan, che riflettono meglio la diversità culturale dell’isola. Ecco perché dalla metà del 1900 in poi troverete un po’ meno spesso il termine Dayak.
Allo stesso tempo tuttavia, molte comunità e organizzazioni indigene hanno scelto sul finire del 1900 di riappropriarsi del termine Dayak come simbolo di un’identità condivisa e delle comuni rivendicazioni culturali e territoriali. Ecco perciò come questo termine possa apparire comune in certi contesti e problematico in altri.
Iban
Gli Iban sono il più numeroso tra i popoli indigeni del Borneo e una delle principali comunità comprese sotto la denominazione collettiva Dayak. Vivono soprattutto nel Sarawak (Borneo malese), ma sono presenti anche nel Kalimantan occidentale (Borneo indonesiano).
Storicamente erano conosciuti dagli amministratori coloniali britannici come Sea Dayaks (“Dayak del mare”), un’espressione oggi considerata superata.
Divennero il popolo simbolo del Borneo durante il periodo delle esplorazioni europee del XIX e XX secolo, sia per la loro presenza diffusa, ma anche perché i racconti coloniali e i primi studi etnografici li misero al centro della narrazione (lasciando in secondo piano altri gruppi). L’Occidente si mostrò affascinato dalle storie di guerra raccontate su di loro e dall’usanza della “caccia alle teste” (oggi “presa delle teste”), tanto che i britannici li arruolarono nella Seconda Guerra Mondiale confidando proprio in questa loro presunta attitudine.
Ancora oggi rappresentano una delle comunità indigene più attive nella conservazione del patrimonio culturale del Borneo.
Bidayuh
Bidayuh è il termine collettivo usato per indicare uno dei principali popoli indigeni del Sarawak (Borneo malese), con comunità presenti anche nel vicino Kalimantan occidentale (Borneo indonesiano).
Per gli amministratori coloniali loro erano i Land Dayaks (“Dayak di terra”), sebbene questa distinzione tra terra e mare non riflettesse una reale contrapposizione tra popolazioni costiere e dell’entroterra. I termini facevano piuttosto riferimento ai diversi modi di vivere e di spostarsi delle comunità: gli Iban erano noti per la navigazione lungo i grandi fiumi, mentre gli altri gruppi erano prevalentemente insediati nelle aree interne e collinari.
Tra gli anni ’60 e ’70 del Novecento, iniziò un movimento culturale per la decolonizzazione e le comunità stesse cercarono un nuovo nome collettivo per definirsi, in sostituzione di quello coloniale. Negli anni ’70 e soprattutto negli anni ’80 il termine Bidayuh venne progressivamente adottato come autodenominazione collettiva, sostituendo Land Dayaks, ma mantenendone il significato: anche se l’etimologia precisa varia leggermente tra i diversi dialetti, il significato resta infatti quello di “popolo della terra” o “abitanti della terra”.
Popoli indigeni del Sabah e del Brunei
Ho già scritto che il Borneo ospita un centinaio di popoli indigeni. Nel Sabah, lo stato malese più settentrionale dell’isola, i principali gruppi sono i Kadazan-Dusun, tradizionalmente legati all’agricoltura, i Murut, un tempo stanziati nelle aree interne, i Rungus, noti per le loro lunghe case comunitarie e per i manufatti artigianali in perline, gli Orang Sungai, diffusi lungo i corsi d’acqua, e i Bajau, celebri navigatori e pescatori delle coste e delle isole.
Nel piccolo Brunei sopravvivono invece diverse comunità indigene riconosciute ufficialmente, tra cui i Dusun, i Bisaya, i Murut, i Belait, i Tutong e i Kedayan, ciascuna con una propria lingua e tradizioni.
A differenza di quanto avvenuto nel Sarawak e nel Kalimantan, queste popolazioni non sono generalmente comprese sotto la denominazione Dayak. Per tale motivo, quando ci si riferisce all’insieme delle comunità native dell’isola, è più corretto parlare di popoli indigeni del Borneo, un’espressione che riflette meglio la straordinaria diversità culturale del territorio.
Ai confini del mondo – La vera storia di James Brooke (Edge of the World, 2021) è un film ambientato nel Borneo del XIX secolo che racconta la nascita del Regno del Sarawak attraverso la figura dell’avventuriero inglese James Brooke, il Rajah Bianco. Le ambientazioni, i costumi e l’uso di inglese, malese e lingue indigene contribuiscono a restituire un contesto storico credibile e più sfaccettato rispetto ai classici film coloniali. Pur romanzando personaggi e vicende e mantenendo il punto di vista dell’eroe europeo, resta un buon punto di partenza per avvicinarsi alla storia del Sarawak.
Insediamenti
Per secoli le comunità indigene del Borneo hanno sviluppato forme di insediamento strettamente legate all’ambiente della foresta tropicale.
Le longhouse (case lunghe) rappresentano una delle espressioni più caratteristiche dell’architettura iban e di altri popoli del Borneo. Costruite in legno e rialzate su pali, potevano ospitare (e in alcune realtà ospitano ancora) numerose famiglie appartenenti allo stesso villaggio, combinando spazi privati e aree comuni dedicate alla vita sociale, alle cerimonie e al lavoro collettivo.
L’organizzazione degli insediamenti rifletteva un forte senso di cooperazione e una gestione condivisa delle risorse naturali.
Nota: le grandi abitazioni comunitarie del Borneo sono note internazionalmente con il termine inglese longhouse. Hanno però, ovviamente, dei nomi locali: gli Iban le chiamano Rumah Panjai (o Rumah Panjang in malese), mentre in molte comunità Dayak del Kalimantan sono conosciute come Rumah Betang. Pur variando nella struttura e nei nomi locali, queste case rappresentano uno degli elementi più peculiari delle culture indigene del Borneo.
Le longhouse sono spesso associate agli Iban, ma anche diverse comunità Bidayuh costruivano abitazioni comunitarie di questo tipo, sebbene con caratteristiche architettoniche proprie. Il villaggio di Annah Rais, nel Sarawak ne è un esempio, dato che conserva ancora oggi una delle più celebri longhouse Bidayuh.
Altrove, i Bidayuh hanno invece privilegiato modelli abitativi differenti dalle longhouse, spesso organizzati in villaggi composti da più edifici comunitari, adattati alla morfologia collinare del Sarawak occidentale.
Organizzazione sociale
La vita comunitaria rivestiva un ruolo centrale nelle società indigene del Borneo. Le decisioni più importanti venivano generalmente prese attraverso forme di consultazione collettiva, guidate dagli anziani o dai capi riconosciuti per la loro esperienza piuttosto che per un potere assoluto. La parentela, la cooperazione tra famiglie e la condivisione del lavoro costituivano elementi fondamentali della vita quotidiana.
Il Sarawak State Legislative Assembly, a Kuching, reinterpreta in chiave contemporanea il baruk, l’edificio comunitario tradizionale dei Bidayuh. Simbolo di dialogo, unità e partecipazione collettiva, il baruk era il luogo in cui la comunità si riuniva per prendere decisioni, celebrare rituali e trasmettere conoscenze tra le generazioni. Richiamandone la forma circolare e il valore simbolico, il Parlamento del Sarawak rende omaggio al proprio patrimonio culturale.
Arte e artigianato
L’arte tradizionale del Borneo è profondamente legata alla vita quotidiana, alla spiritualità e al rapporto con la natura. La lavorazione del bambù, del rattan e delle fibre vegetali continua a rappresentare un importante patrimonio culturale tramandato di generazione in generazione.
Legno intagliato, cesti intrecciati, tessuti, perline e sculture rituali costituiscono alcune delle produzioni artistiche più rappresentative. I motivi decorativi richiamano frequentemente animali della foresta, spirali vegetali, figure ancestrali e creature del mondo spirituale.
Gli Iban sono particolarmente noti per il pua kumbu, un prezioso tessuto realizzato con la tecnica dell’ikat, nel quale motivi complessi raccontano genealogie, sogni, miti e visioni spirituali.
Invenzioni e adattamento
Le popolazioni indigene del Borneo hanno sviluppato nel corso dei secoli sofisticate conoscenze ambientali, frutto di una stretta relazione con la foresta tropicale.
Le tecniche agricole tradizionali, la costruzione delle canoe, la navigazione fluviale, la raccolta sostenibile delle risorse forestali e la conoscenza delle piante medicinali dimostrano un elevato livello di adattamento all’ambiente.
Molte comunità praticavano sistemi agricoli che alternavano periodi di coltivazione e rigenerazione naturale del terreno, contribuendo a preservare la biodiversità della foresta.
Queste conoscenze tradizionali sono oggi considerate parte dei sistemi di conoscenza ecologica tradizionale (Traditional Ecological Knowledge, TEK) un patrimonio di saperi tramandato nel tempo all’interno di una comunità indigena, che integra osservazione della natura, pratiche agricole, gestione sostenibile delle risorse e valori culturali.
La musica tradizionale del Borneo comprende repertori molto diversi, legati alle numerose comunità indigene dell’isola. Tra gli strumenti più riconoscibili c’è il sape’, liuto a corde della tradizione Dayak.
Alif Fakod, giovane musicista del Kalimantan attivo sui social, è noto per le sue esecuzioni con questo strumento, con cui interpreta sia repertorio tradizionale sia brani contemporanei. Da non perdere è anche il profilo Instagram della sarawakiana Belle Sisoski, cantante, produttrice e polistrumentista, che combina (e racconta) strumenti etnici del Sud-est asiatico con musica elettronica e sonorità cinematiche.
Simboli e spiritualità
Prima della diffusione del cristianesimo e dell’islam, gran parte delle popolazioni indigene del Borneo praticava religioni animiste. Credevano che ogni elemento avesse uno spirito, che tutto fosse interconnesso e che l’anima (con relativo status, forza e potere) risiedesse all’interno della testa. Credenza a cui era collegata anche l’usanza Iban del Ngayau, il rituale di caccia alle teste. Gli antenati, la foresta, gli spiriti della natura, le numerose entità soprannaturali, i fiumi e gli animali erano considerati parte integrante di un universo spirituale in continuo equilibrio con il mondo umano.
Sogni, presagi e rituali avevano un ruolo importante nelle decisioni collettive, nei viaggi, nell’agricoltura e nelle cerimonie di passaggio.
Ornamenti corporei
Numerose comunità del Borneo utilizzavano ornamenti corporei come segni di appartenenza, prestigio e identità.
In alcune popolazioni erano diffusi degli orecchini pesanti che, indossati in gran numero e per molti anni, contribuivano ad allungare progressivamente i lobi delle orecchie. Questa pratica, spesso associata alle donne ma presente anche tra alcuni uomini, non aveva finalità estetiche nel senso occidentale, bensì rappresentava bellezza, maturità, ricchezza familiare e posizione sociale.
Collane di perline, copricapi piumati, bracciali in ottone e cinture finemente decorate completavano l’abbigliamento cerimoniale, mentre molti oggetti venivano tramandati come preziosi beni di famiglia.
Tatuaggi
Tra gli Iban e altri popoli del Borneo, il tatuaggio raccontava aspetti della vita della persona: il raggiungimento dell’età adulta, esperienze di viaggio, abilità particolari, responsabilità sociali o protezione spirituale. Generalmente indicato con il termine pantang (con varianti ortografiche secondo le fonti), richiama non solo il tatuaggio in sé ma anche il concetto di tabù e pratica prescritta, quindi rafforza l’idea che il tatuaggio non sia un ornamento, ma un elemento con significato sociale e spirituale.
I disegni variavano notevolmente da una comunità all’altra e non esisteva uno stile unico. Figure ispirate agli animali della foresta, ai fiumi, agli spiriti e ai motivi vegetali costituivano parte di un linguaggio simbolico tramandato da generazioni.
Negli ultimi decenni molte comunità stanno recuperando queste antiche tradizioni tatuatorie come espressione della propria identità culturale.
Alcuni tra i motivi più conosciuti:
- Bunga Terung, il fiore della melanzana, è probabilmente il più celebre ed era tradizionalmente associato al passaggio all’età adulta e ai viaggi.
- Buah Andu, motivi associati a frutti o forme vegetali.
- Ketam Itit, motivo legato al granchio.
- Kala, motivi ispirati allo scorpione.
- Engkeramba / Engkerambaq, figure legate agli spiriti o agli esseri soprannaturali.
Interessante punto d’accesso alla scena contemporanea del tatuaggio indigeno del Borneo, è il profilo del tatuatore Arth Akal (Sarawak). I suoi disegni riprendono motivi appartenenti a diverse tradizioni, tra cui quelle Iban, Kayan e Kenyah, reinterpretati per il tatuaggio contemporaneo. Akal utilizza anche la tecnica manuale hand-tapping, accanto alla macchina elettrica.
