Ragazza Ainu di Hokkaido (Giappone) in abiti tradizionali e occhiali da sole - © Juliet in Zena

Ainu (Enciw): storia e cultura del popolo indigeno di Hokkaidō (Giappone) e Sakhalin (Russia)

Dalla lingua alla spiritualità, dall'arte dell'intaglio ai tatuaggi tradizionali: viaggio nella cultura Ainu e nel profondo rapporto con i kamuy, il territorio e gli antenati.

di Juliet in Zena

Gli Ainu sono un popolo indigeno dell’Asia nord-orientale, storicamente legato alle regioni di Hokkaidō, Sachalin, isole Curili e aree settentrionali di Honshū. La loro cultura si è sviluppata attraverso secoli di rapporto con l’ambiente, dando origine a una ricca tradizione e a una complessa visione spirituale incentrata sui kamuy, le forze spirituali presenti nel mondo naturale.

La loro storia è però anche una storia di pressioni esterne e rivendicazione culturale. A partire dall’espansione del potere giapponese verso nord e, soprattutto, con la colonizzazione di Hokkaidō e le guerre tra Russia e Giappone, molte pratiche tradizionali furono ostacolate o vietate e gli Ainu subirono la progressiva perdita dei propri territori e dei mezzi di sussistenza tradizionali.

Ci vollero decenni perché questa storia trovasse un riconoscimento ufficiale: nel 2008 (dopo l’adozione della Dichiarazione ONU sui diritti dei popoli indigeni del 2007) il Parlamento giapponese riconobbe gli Ainu come popolo indigeno. Nel 2019, il riconoscimento fu finalmente sancito anche dalla legislazione nazionale.

Origine

L’origine degli Ainu non è collocabile in una migrazione. La loro cultura si è formata piuttosto attraverso un lungo processo di interazioni tra le popolazioni che abitavano l’arcipelago giapponese settentrionale e le regioni circostanti.

Le ricerche archeologiche e genetiche indicano un ruolo importante delle popolazioni Jōmon di Hokkaidō e delle popolazioni della cultura di Okhotsk, legate alle regioni di Sachalin (nell’attuale Russia estremo-orientale).

Il territorio storico degli Ainu non coincideva inoltre con i confini dell’odierno Giappone. Le comunità vivevano a Hokkaidō, nelle Curili, a Sachalin e nelle regioni settentrionali di Honshū e intrattenevano rapporti commerciali e culturali con altri popoli dell’area.

Lingua

La lingua tradizionale è chiamata Ainu itak (アイヌ イタㇰ), letteralmente lingua degli Ainu.

È una lingua distinta dal giapponese e la sua classificazione genealogica non è ancora conosciuta. Non esiste inoltre un’unica lingua ainu standard. Sono state documentate diverse varietà con differenze nel vocabolario, nella pronuncia e nella grammatica. L’Upopoy (di cui parlerò poi) mette oggi a disposizione materiali didattici sulle varianti di Chitose, Bihoro, Horobetsu, Shizunai, Tokachi, Saru, Ishikari e Sachalin.

La lingua ainu può essere scritta utilizzando l’alfabeto latino oppure una versione modificata del katakana giapponese, arricchita da caratteri specifici necessari a rappresentare alcuni suoni caratteristici.

L’UNESCO l’ha classificata come lingua in pericolo, essendo ad oggi parlata correntemente solo da poche persone.

Lingua orale

L’Ainu itak era una lingua prevalentemente orale. Le conoscenze venivano trasmesse attraverso racconti, preghiere, canti e composizioni poetiche. Tra le forme più importanti troviamo gli yukar, lunghi poemi epici tramandati oralmente di generazione in generazione.

Figure fondamentali per la conservazione del patrimonio linguistico furono due fratelli ainu: la giovane Chiri Yukie (1903-1922), che raccolse e trascrisse racconti e canti della tradizione orale nell’opera Ainu Shin’yōshū (pubblicata postuma nel 1923), contribuendo in modo decisivo a preservare una parte della letteratura autoctona; e suo fratello Chiri Mashiho, che divenne invece uno dei principali studiosi della lingua e della cultura ainu.

Arte e artigianato

L’arte ainu è riconoscibile nella lavorazione del legno e dei tessuti.

Uno dei manufatti più celebri è l’attus, un tessuto ottenuto dalle fibre della corteccia interna dell’olmo giapponese. La corteccia veniva lavorata, ammorbidita, separata in fibre e trasformata in fili che venivano poi tessuti su un telaio. Gli abiti, resistenti e adatti al clima rigido, potevano essere decorati con ricami e applicazioni in tessuto.

Con il legno venivano invece realizzati utensili, contenitori, strumenti rituali come gli inaw e oggetti decorativi, spesso caratterizzati da motivi stilizzati che richiamavano animali, piante e forme geometriche.

Motivi decorativi

I motivi decorativi di questo popolo sono immediatamente riconoscibili per le forme geometriche e spiraliformi. Spesso concentrati lungo il bordo degli indumenti, non avevano una funzione puramente ornamentale: erano associati anche alla protezione del corpo e alla presenza di forze spirituali. 

Come già visto per la lingua, anche le decorazioni potevano variare regionalmente e il loro significato dipendeva dall’oggetto, dal contesto e dalla tradizione specifica.

Tatuaggi ainu

Il sinuye (incidere) è il tatuaggio tradizionale (più anticamente nchi-piri, ovvero tagliare con l’ossidiana). La pratica era prevalentemente femminile e il tatuaggio più caratteristico interessava la zona intorno alla bocca. Il disegno veniva costruito progressivamente nel corso degli anni, secondo modalità che variavano tra le diverse comunità. Il tatuaggio era associato alla bellezza, ma anche  all’identità e a significati protettivi.

La proibizione imposta dal governo giapponese nel 1871 contribuì alla sua scomparsa. Oggi il tatuaggio tradizionale non viene normalmente praticato secondo le modalità storiche, ma il sinuye è diventato uno dei simboli della memoria e della rivitalizzazione culturale.

Fotografia storica restaurata di ragazza Ainu con tatuaggio facciale tradizionale sinuye. Accanto dettagli di opera storica giapponese, raffigurante il tatuaggio tipico su mano e avambraccio.
Illustrazione giapponese e foto storica restaurata

Il sinuye sarebbe stato donato dalla madre ancestrale alle donne e da queste trasmesso. La sua funzione era infatti estremamente importante: come amuleto respingeva il maligno; come abbellimento dichiarava la disponibilità della donna al matrimonio; come simbolo ancestrale con stili locali, ne garantiva il posto tra i propri avi nell’Aldilà. Ecco spiegato perché, quando il governo giapponese lo proibì, questa pratica (che parrebbe risalire addirittura al periodo Jōmon) non venne abbandonata di buon grado.

Organizzazione sociale

La società ainu era organizzata principalmente intorno alla famiglia, ai gruppi di parentela e al kotan, il villaggio. Il capo villaggio rappresentava la propria comunità e presiedeva le assemblee dei capifamiglia, coinvolgendo tutti nelle decisioni. I rapporti di parentela avevano un’importanza considerevole.

La divisione dei compiti comprendeva attività differenti per uomini e donne. Gli uomini erano tradizionalmente impegnati nella caccia, nella pesca e nella fabbricazione di alcuni strumenti; le donne avevano un ruolo centrale nella preparazione degli alimenti, nella produzione tessile, nella raccolta e nella trasmissione di numerose tecniche artigianali.

Insediamenti

Il tradizionale villaggio era chiamato kotan. Un kotan riuniva diverse famiglie e costituiva sia abitazione sia un’unità sociale territoriale guidata da un capo, il kotan kor kur.

La casa tradizionale era la cise, costruita utilizzando materiali reperibili localmente. Legno, canne, corteccia e altri materiali vegetali venivano combinati per realizzare una struttura capace di proteggere dal rigido clima settentrionale.

Ambiente

La cultura ainu mostra un sofisticato adattamento all’ambiente.

La pesca del salmone rappresentava una risorsa fondamentale. I fiumi costituivano vie di comunicazione e luoghi di approvvigionamento, mentre la caccia permetteva di ottenere carne, pellicce, ossa e altri materiali. Tra gli animali più importanti vi erano il cervo sika e l’orso bruno.

Le tecniche tradizionali comprendevano inoltre la raccolta di piante selvatiche, la lavorazione della corteccia, la conservazione degli alimenti e la costruzione di strumenti per caccia, pesca e raccolta.

Il rapporto con il territorio

Se c’è un filo che attraversa la cultura ainu, è il rapporto con il territorio. Foreste, fiumi, mare e montagne fanno parte di un sistema di relazione e reciprocità con lo spirituale nel quale gli esseri umani dipendono dalla natura e ne riconoscono il valore. Per questo, caccia, pesca e raccolta erano accompagnate da pratiche rituali e gesti di gratitudine, in particolare verso gli animali da cui proveniva il sostentamento.

Se non hai la possibilità di volare in Giappone, puoi scoprire qualcosa su questa cultura anche in Italia, al Museo di Antropologia e Etnologia dell’Università di Firenze e con la mia raccolta su Pinterest. Ho selezionato alcune fotografie storiche, oggetti e pubblicazioni dagli archivi digitali, puoi accedere gratuitamente da qui:

Spiritualità

La visione spirituale del mondo ainu è animista. Secondo il pensiero tradizionale il sacro è presente in tutte le cose viventi e non viventi, come gli animali, le piante, le montagne e il fuoco.

Al centro di questa visione si trova il concetto di kamuy. Il termine viene spesso tradotto come dio, divinità o spirito, ma nessuna di queste traduzioni restituisce completamente il suo significato.

I kamuy sono esseri o potenze che appartengono a una dimensione diversa da quella umana e che si manifestano attraverso elementi del mondo naturale. Per esempio, l‘orso è visto come l’incarnazione di uno spirito potente ed è venerato durante un rituale chiamato Iyomante.

Popoli vicini

Per secoli gli Ainu furono inseriti in una vasta rete commerciale che collegava Hokkaidō, Honshū settentrionale, Sachalin, Curili e regioni dell’Estremo Oriente. Gli scambi comprendevano pellicce, prodotti marini, pesce, legname e altri prodotti locali, in cambio di oggetti e materiali provenienti dalle società vicine.

I rapporti con i Wajin (和人), termine qui utilizzato per indicare la maggioranza etnica giapponese in contrapposizione agli Ainu, si intensificarono soprattutto a partire dal periodo Edo.

Queste relazioni non furono sempre equilibrate. I rapporti commerciali divennero progressivamente strumenti attraverso i quali il potere giapponese estese il proprio controllo sull’economia e sul territorio a nord.

Storia

I rapporti con il Giappone

A partire dal XVII secolo, i rapporti tra gli Ainu e il Giappone cambiarono. Il clan Matsumae ottenne dal governo Tokugawa il monopolio nel commercio di frontiera, che venne progressivamente organizzato secondo modalità che favorivano il controllo giapponese delle risorse e degli scambi. La pressione economica e politica provocò diverse forme di resistenza, una delle più note fu la rivolta di Shakushain del 1669-1672. Nonostante questo, nel corso del XVIII e XIX secolo il controllo giapponese sul territorio aumentò.

La colonizzazione di Hokkaidō

Il governo Meiji, nella sua idea di modernità, unità nazionale e omogeneità culturale (dominante), avviò poi politiche di assimilazione e marginalizzazione delle minoranze etniche e linguistiche presenti nell’arcipelago (Ainu inclusi). Nel 1869 trasformò l’antico territorio di Ezo in Hokkaidō e avviò un’intensa politica di colonizzazione. L’arrivo massiccio di coloni giapponesi e l’introduzione di nuove forme di agricoltura e sfruttamento delle risorse modificarono profondamente l’ambiente e la vita delle comunità native. Le politiche di assimilazione colpirono anche pratiche culturali. Nel 1871 il tatuaggio tradizionale venne proibito e la progressiva imposizione del giapponese contribuì al declino della lingua autoctona. Nel 1899 venne approvato l’Hokkaidō Kyūdojin Hogo-hō (Legge per la protezione degli ex-indigeni di Hokkaidō), una legge che conteneva protezione solo nel titolo e che contribuì invece all’integrazione forzata della popolazione.

Dalla rivendicazione culturale al riconoscimento

Nel XX secolo sono nate organizzazioni impegnate nella difesa dei diritti, della cultura e della dignità del popolo Ainu. Nel 1946 fu fondata l’Ainu Association of Hokkaido, tuttora attiva nella promozione della cultura, nell’educazione e nella difesa dei diritti. Una svolta importante arrivò nel 1997 con la legge sulla promozione della cultura ainu, che sostituì quella del 1899. Si è dovuta però aspettare la Dichiarazione ONU sui diritti dei popoli indigeni (2007), perché il Parlamento giapponese adottasse all’unanimità una risoluzione che chiedeva il riconoscimento degli Ainu come popolo indigeno e un altro decennio abbondante (2019) perché entrasse in vigore la Ainu no hitobito no hokori ga sonchō sareru shakai o jitsugen suru tame no shisaku no suishin ni kansuru hōritsu (traducibile in italiano con Legge per la promozione delle misure volte a realizzare una società in cui sia rispettato l’orgoglio del popolo Ainu), che riconosce il popolo indigeno e introduce misure per sostenere cultura, comunità e attività economiche, oltre a sancire principi contro la discriminazione.

Gli Ainu di Sakhalin (Enciw)

Come detto inizialmente, la cultura ainu storicamente comprendeva anche Sakhalin e le isole Curili e, in determinati periodi, aree della Kamčatka. Queste comunità condividevano una comune appartenenza, ma svilupparono dialetti, tradizioni e modi di vita propri, adattati ad ambienti diversi.

Il motivo per cui qui ho raccontato soprattutto le comunità di Hokkaidō è perché, al momento, sono quelle meglio rappresentate.

Questo anche perché gli Ainu di Sakhalin e delle Curili furono tristemente coinvolti nella competizione tra Giappone e Russia per il controllo dell’Estremo Oriente, subendo addirittura spostamenti forzati tra i due imperi.

Fino al XIX secolo, Sakhalin era abitata da diverse popolazioni indigene, tra cui Ainu, Nivkh e Uilta, organizzate in comunità autonome e inserite in reti di scambio che le collegavano ai territori circostanti. Nel nord dell’isola esistevano inoltre rapporti tributari con l’Impero Qing, senza che ciò comportasse un controllo amministrativo diretto.

Con l’inizio delle tensioni tra Russia e Giappone la storia però cambiò. Nel 1875 gli Ainu vennero in parte trasferiti fuori da Sakhalin. Dopo la guerra russo-giapponese del 1905 alcuni vi tornarono ma, con il passaggio dell’isola sotto controllo sovietico (1945), quasi tutti furono espulsi e costretti a lasciare la propria terra. Tanto che le lingue Ainu di Sakhalin e delle Curili non sono più lingue comunitarie vive. La varietà di Sakhalin (Enciw itah), per esempio, non ha più madrelingua dal 1994 e oggi sopravvive principalmente attraverso registrazioni, testi e studi linguistici.

Questo spiega perché oggi non esistono comunità Ainu in Russia paragonabili a quella di Hokkaidō. Tuttavia, i moderni discendenti degli Ainu di Sakhalin (che hanno adottato Enciw come nome che li distingue da quelli di Hokkaidō) stanno provando a rivendicare la propria origine.

Rivitalizzazione culturale

Dopo anni di stigmatizzazione sociale che lo ha spesso portato a rinnegare o celare la propria origine, il popolo ainu recupera oggi la propria identità con una comunità sempre più viva e impegnata nella rivitalizzazione della propria cultura.

Pratiche tradizionali vengono riscoperte e affiancate da nuove forme di espressione in un processo di riappropriazione dell’identità e dell’orgoglio culturale.

Un ruolo centrale in questo è svolto sia dal Sapporo Pirka Kotan sia dall’Upopoy (Parco e Museo nazionale degli Ainu) di Shiraoi.

Il Sapporo Pirka Kotan è un centro culturale locale, nato per mantenere viva e accessibile la cultura Ainu nella città di Sapporo. Upopoy, invece, è il principale centro nazionale giapponese per la rivitalizzazione della cultura Ainu, nato nel 2020 con funzione di museo, ricerca, formazione e trasmissione culturale.

Potrebbe interessarti anche